Friday, July 1, 2011

Movimento in tre tempi

Il Credo come legame d'amore secondo John Henry Newman

Movimento in tre tempi

Anticipiamo alcuni stralci di un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero del bimestrale "Vita e Pensiero".

di JULIA KRISTEVA

Nell'Apologia pro vita sua (1864) John Henry Newman ricorda il "grande cambiamento" che "si produsse nei suoi pensieri" all'età di quindici anni. Da allora, più che un'impronta o un'impressione, il dogma cristiano divenne per lui una "certezza assoluta": "Ancora oggi (quarantanove anni dopo) ne sono più sicuro che di avere piedi e mani". Intensa concentrazione, isolamento totale dalla "realtà dei fenomeni materiali" e null'altro che "due esseri" "la cui evidenza" è tanto "luminosa" quanto "assoluta": Myself and my Creator. La scena è ambientata nel 1816. La banca del padre fallisce, l'anno successivo il quindicenne non può raggiungere la famiglia per le vacanze estive e rimane in collegio a Ealing: separato dai suoi, ma circondato dall'attenta comprensione del reverendo Walter Mayers, protestante evangelico. L'adolescente prova dunque la realtà assoluta (la "certezza") di quella che chiamerò la co-presenza tra l'Io e il suo Creatore. Si tratta di una "sensazione"? Il termine è troppo soggettivo, "derisorio" dice Newman, a mocquery, nei confronti dell'inevitabile "impronta" imposta all'Io da una realtà fuori-dell'Io. Si tratta forse di una realtà impersonale? Le parole sono a tal punto impotenti a dar nome all'iscrizione di tale evidenza assoluta, che il teologo ricorrerà ai paragoni e alle metafore: ispirate prima al corpo ("più sicuro che di avere piedi e mani") e infine al fatto del padre antropologico. Come l'amore filiale non esiste senza il fatto del padre umano, la pietà non esiste se l'Essere assoluto non è un fact.
Newman preferisce dettagliare logicamente una serie di atti cognitivi che chiama atti di coscienza e che costellano il processo eterogeneo del credere: "Ombre e immagini verso la verità" (sarà il motto inciso sul suo memoriale a Edgbasten) e una certezza razionale che ne scaturisce infine: "So che so che lo so...". L'affermazione termina con i puntini di sospensione, come per evocare un processo di sapere infinito (come il pi greco di Leibniz).
Dall'intuizione anteriore alla razionalità fino alla razionalità enunciata dal Credo: Newman conserva la luminosità segreta ("soprannaturale", dice) della sua fede, che descriverà anche come un inward sense (senso interiore), o ancora come cor (il cuore di sant'Agostino): Cor ad cor loquitur (sarà il suo motto di cardinale). Il termine "affetto", che san Bernardo di Chiaravalle aveva ripreso dalla Scolastica per farne un concetto chiave della sua lettura del Cantico dei Cantici, non sembra venire alla penna di Newman. Però s'impone, se si vuole afferrare quella zona ampia e fragile che Newman chiama la "coscienza" dell'esperienza, o (più tardi) "assenso alle immagini e alle cose" (da distinguere dall'"assenso ai concetti"). Una coscienza che non ha ancora il rigore di un atto cognitivo razionale, ma che evoca la "sfera pre-predicativa" della fenomenologia husserliana, o il senso semiotico (anteriore e sottostante alla sintassi che garantisce il significato simbolico) nella mia concezione della soggettività come un processo di "significato".
L'eterogeneità di questi atti psichici, costituendo il legame chiamato Credo tra me e il Creatore, richiama subito regimi di parola che non riducono "le ombre e le immagini" ai saperi dell'"io so" concettuale. La nostra cultura li definisce estetici: le arti, la musica, la pittura e, per Newman, la poesia, in presa diretta su quei "germi" di pensiero suggeriti dalle metafore delle "ombre" e delle "immagini".
A partire da quella certezza dell'unione tra l'Io e il Padre/Creatore, il Credo secondo Newman cesserà di essere un'impronta, per svilupparsi come un legame intersoggettivo e amoroso. Sarà proprio questa rivelazione amorosa a condurlo dai padri bizantini e dal protestantesimo alla Chiesa cattolica. Seguiamo il movimento in tre tempi della soggettivazione amorosa.
La concezione della fede come impronta (éikon) del Creatore nel credente, della sua icona e della sua economia è stata sviluppata nel IX secolo, in particolare dal patriarca Niceforo, nel corso del dibattito bizantino sull'autorizzazione delle raffigurazioni di Dio. Insistendo sulla deposizione/ricezione/iscrizione del patto con il Creatore, quell'economia rischiava di introvertire il credente in ciò che Newman chiama unworldnesness: ritiro dal mondo, addirittura fonte di "disperazione" nel cristianesimo evangelico.
Al contrario, grazie all'analogia subito stabilita da Newman tra il Creatore e il fatto della paternità umana vivente, per lui il Credo si chiarisce in tutt'altro modo. L'impronta diventa una grazia che non è solo attribuita per analogia, ma è impiantata da e per l'amore del Padre. Ben più che una ricezione o un'applicazione della Legge biblica. E non più solo una partecipazione al Bene generale dell'Essere Bene (il Bonum neutro, alla maniera filosofica o tomista). La fede sarà la "certezza" di una co-presenza con il Bonum singolare (dirà Maurice Blondel). Intendiamo: una personalizzazione duale del legame. Io attraverso Lui perché Lui per Me. È un'iniziativa del credente, nel senso che lui non si accontenta di imitare, ma partecipa. Il dono amoroso sarà inteso come gratificazione e al tempo stesso come prova: un conflitto permanente, nello scollamento tra chiamata e risposta. E tuttavia un'identificazione totale riunisce il Figlio con il Padre in un solo Spirito.
Newman non esplicita il carattere affettivo di questo movimento: si limita a tracciare la dinamica eterogenea e l'unità logica del processo. Tuttavia il suo modo d'intendere la co-presenza Io/Creatore fa del credente il Tempio dello Spirito. Abolisce la separazione tra il giusto e l'eletto e prende in considerazione un nuovo regime della soggettività nella fede: quello del rinnovamento ("la crescita è l'unica prova della vita", Newman ama citare Thomas Scott), implicando che la verità della Fede non è incantesimo, ma libertà come conquista e dramma: perché "il nostro cuore è senza riposo".
La decisione di credere include i "poveri e gli illetterati": gli stessi che "sentono" (ancora questa certezza della percezione pre-razionale). L'unificazione dell'Io con il suo Creatore si "realizza" nell'universalità più ampia, quella dell'umanesimo cristiano che associa il genere umano a quel per modum unius vissuto come legame d'amore.
Sarà questo il senso ultimo della santità che si realizza, secondo Newman, laddove esiste la "certezza indefettibile" (Grammatica dell'assenso) della co-presenza tra l'Io e il mio Creatore. "La santità, ecco il grande scopo. Dev'esserci una lotta e una prova" (citato da Travor, The Pillars and the Cloud, p. 55). Fondandosi sulla certezza sensibile - passando attraverso la coscienza che tale co-presenza è una tensione - e inglobando la certezza che tutti gli uomini partecipano di tale evidenza, lo sappiano o meno.
Benché Newman non abbia rivendicato il termine "mistico", l'assemblaggio tra assenso e immaginazione, da una parte, e grammatica dell'inferenza-giustificazione, dall'altra, arriva a integrare l'esperienza mistica nel consolidamento di un dogma cattolico che gli sembra dover essere delucidato e protetto. Tale cammino, che porta il protestante Newman al cattolicesimo e che non è sfuggito a un Henri de Lubac, lo conduce a un'altra certezza, che non ha formulato esplicitamente ma che riassumerei così: l'essenza dell'ethos cristiano è mistica.
Alcuni hanno fatto della mistica una chiave per aprire le porte della fede a nuovi mondi: Meister Eckhart prepara il vocabolario della filosofia europea, mentre Teresa d'Avila avvia la transizione barocca al secolo dei Lumi. Newman, da parte sua, protegge il cattolicesimo tanto dal moralismo protestante quanto dal criticismo razionalista e rinsalda i fondamentali del cattolicesimo attraverso una paziente descrizione del legame Padre/Figlio che sta dietro al Verbo, dimostrando che quell'esperienza - che solo surrettiziamente chiama "amorosa" (nella Grammatica dell'assenso, ad esempio) - è il fondamento ultimo del senso etico. Nella mistica riconosce il fermento necessario a rifondare il dogma, rendendolo più complesso e dinamico. Nell'universo indoeuropeo, la parola latina credo risale al sanscrito sraddha che denota un atto di fiducia in un dio, implicando restituzione sotto forma di favore divino concesso al fedele. Da tale radice deriva, laicizzato, il credito finanziario: io deposito un bene aspettandomi una ricompensa.
Il mio bisogno di credere, che mi offre le condizioni ottimali per sviluppare il linguaggio, sarà il fondamento sul quale potrà fondarsi un'altra capacità, corrosiva e liberatrice: il desiderio di sapere. Se e solo se sono portato/a da quest'"investimento", da questa fede che mi fa sentire un terzo amante/amato a parlargli, solo allora posso finalmente esplodere in domande. Chi non conosce l'ansia giubilatoria del bambino che fa domande? E non smette di riportarci a quell'inconsistenza dei nomi e degli esseri, dell'Essere, che non lo terrorizza più ma lo fa ridere, perché crede che è possibile nominare, far nominare. "So che so che so...". A quest'archeologia del "bisogno di credere" dal lato del padre l'ascolto analitico aggiunge oggi i legami precoci madre-figlio, a cominciare da quel "sentimento oceanico" che Romain Rolland aveva indicato a Freud come una componente essenziale del sentimento religioso. Certezza estatica di un corpo senza frontiere e senza organi (le quattro acque di Teresa d'Avila) e minaccia catastrofica di perdita di sé, anzi di dissoluzione biologica (il fuoco di Giovanni della Croce): la clinica esplora quelle esperienze limite quando sfociano nelle "nuove malattie dell'anima" (tossicomania, psicosomatosi, passaggio all'atto suicida, vandalismo ecc.); l'arte moderna vi cerca linguaggi che sfidino la figurabilità e la rappresentazione; e le teorie del significato si riagganciano alle scoperte di Platone nel Timeo, che abbozza uno "spazio prima dello spazio", un ricettacolo detto chora, che sarebbe nutritivo e materno, anteriore al padre in tutti i sensi, e che tenterebbe un recupero ontologico dell'atomismo di Democrito. Io e la Mia Genitrice/Creatrice: come doppio dell'investimento paterno? La stessa psicoanalisi fatica ancora ad accostarsi a questo continente.
La psicoanalisi non ha lo scopo di trovarci il miglior partner amoroso né la situazione professionale più adatta. La psicoanalisi ci insegna che la capacità di avere senso è ancorata nel destino non solo della funzione paterna, ma in senso più ampio della funzione genitoriale: padre e madre. Infatti siamo in vita se, e solo se, possiamo investire tale funzione, nel senso etimologico di "investire": unirci affettivamente con la sua alternità amante, per poi interrogarla nel desiderio e attraverso l'innovazione.
Freud, ebreo ateo, l'uomo meno religioso del suo secolo, giunge a questa conclusione stravagante: la mistica e la psicoanalisi mirano a un punto comune. Com'è possibile? L'Io dell'analizzante, liberato dalla tutela del Super-io, amplia le sue percezioni e si consolida in modo da appropriarsi dei frammenti dell'Es. "Là dove Es era, l'Io deve accadere". Sarebbe questo il lavoro della civiltà: nel lungo periodo, forse impossibile, come il prosciugamento dello Zuidersee. Siamo nel 1932, Freud scrive le sue Nuove conferenze sulla psicoanalisi. Presto calerà la notte sull'Europa e sul mondo.
Ma Freud non abbandona la sua archeologia del "punto di attacco simile" tra psicoanalisi e mistica. Poco prima della morte, il 22 agosto 1938, l'ultimo messaggio della sua mano traccia però una linea di demarcazione in questa similitudine inquietante: "Misticismo: autopercezione oscura del regno, al di là dell'Io, dell'Es". Intendiamo: immersione e perdita dell'Io nell'autopercezione dell'Es (mistica), ma riorganizzazione dell'Io attraverso un'interminabile delucidazione dell'Es (psicoanalisi). Senza aderire all'esperienza mistica, ma anche senza ignorarla, l'ascolto analitico dà senso al suo godimento: costruendo/decostruendo continuamente il legame edipico, e fino all'Identificazione primaria con il Padre della Preistoria individuale.
È proprio questa capacità di significare, questo significato ancorato nel destino della funzione paterna genitoriale fino agli affetti e le pulsioni, che la psicoanalisi freudiana ci lascia in eredità. Collegando il più profondo intimo alle mutazioni storiche attraverso l'espediente dell'evoluzione delle strutture familiari e della regolazione della riproduzione, il significato onto e filogenetico fa entrare la storia nell'esperienza del lettino. Freud la chiama "un'alta mira negli umani. Lungi dal tradire una qualche regressione idealista, questa teorizzazione designa le logiche di una immanentizzazione della trascendenza, che il fondatore della psicoanalisi ha constatato attraverso e nel transfert, nell'ambito della "cura della parola" che ha inventato.
I Lumi hanno desacralizzato le religioni denunciandone gli abusi, senza peraltro decostruire il bisogno di credere. Lo stesso Diderot, dopo aver immaginato la sua Monaca che, finalmente liberata dalla mortificazione e dagli abusi sessuali, si trova a essere libera attrice nel mondo profano, quel Diderot ateo impenitente, non riusciva a finire il suo romanzo e piangeva. Freud eredita tale ricomposizione, intrapresa da Diderot, della soggettività parlante che pianta in asso l'Ego Cogito e si rivela posseduta dal desiderio amoroso del senso dell'Altro.
Con la teoria dell'inconscio, la modernità cerca di essere più lucida di Diderot. Noi non rinunciamo al bisogno di credere che non ha ancora un "oggetto" in senso proprio, ma si limita a investire di senso una Chora (prima del significato, diceva Platone nel Timeo) o a presentire una Cosa, Res divina (dicevano i dottori): polo calamitato degli affetti, non ancora dissociato da un non ancora "io". Non rinunciamo, dunque, al bisogno di credere. Ma quando l'oggetto di tale bisogno si fissa in Oggetto Assoluto di desiderio, in Dio Padre consacrato dal credo, gli rivolgiamo i nostri desideri di sapere.
Vi sto forse dicendo che la psicoanalisi è figlia dell'ontoteologia, il suo ultimo avatar, come l'accusano certi detrattori? O è la nostra comune appartenenza alla famiglia patrilineare e patriarcale a farci scoprire le (quasi) identiche logiche nei soggetti scaturiti da questo stesso quadro antropologico, per trarne valori universali? Poiché la "funzione paterna", e con essa l'equilibrio tra il "bisogno di credere" e il "desiderio di sapere" che sottintende, restano a fondamento della capacità di pensare dell'Homo sapiens, il loro smantellamento o la loro ricostituzione comporteranno cambiamenti del regime di pensare, così come dell'etica sociale. In tale evoluzione la psicoanalisi, ben più che accompagnare accortamente, proteggerà il percorso dal rischio di sbandate.



(©L'Osservatore Romano 2 luglio 2011)

Wednesday, June 1, 2011

Ci vuole allenamento per avvicinarsi a Dio

Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni tenute alla Pontificia Università Gregoriana nel simposio internazionale "Il primato di Dio nella vita e negli scritti del beato John Henry Newman" organizzato dall'International Centre of Newman Friends.

di KEIT BEAUMONT
Oratorio di Francia

Per esaminare l'idea di preghiera in Newman come forma di esercizio spirituale o formazione spirituale, occorre inserire il tema nel più ampio contesto di tutto il suo insegnamento. Molti testi trattano aspetti del suo pensiero teologico, ma Newman non è soltanto un teologo nel senso moderno del termine. È anche un teologo nel senso attribuito alla parola durante i primi secoli cristiani, quando il teologo era una persona che cercava Dio attraverso una meditazione orante delle Scritture. Non solo un pensatore, dunque, ma un cercatore di Dio. V'è una famosa definizione di Evagrio Pontico, monaco del IV secolo: "Se preghi veramente, allora sei un teologo e se sei un teologo, allora sarai un uomo di preghiera". Non dico che Newman pensi esplicitamente in questi termini, ma è evidente, quando esaminiamo i suoi scritti e la sua predicazione, che pone la teologia, nel senso moderno, al servizio della spiritualità. Ci invita sempre a passare dal mero pensare a Dio all'attivo cercare Dio. Quindi non è solo un teologo, ma anche una guida spirituale straordinariamente preziosa.
L'espressione "esercizi spirituali" risale ai primi tempi del cristianesimo. Il latino exercitia spiritualia è la traduzione del termine greco askèsis, che i primi cristiani utilizzarono ispirandosi agli esempi del soldato e dell'atleta, che si sottopongono a un allenamento rigoroso per prepararsi a combattere e a vincere. L'espressione è entrata rapidamente in uso, in particolare nei circoli monastici, per indicare sia l'autodisciplina rigorosa a cui il monaco deve sottoporsi sia, in maniera più specifica, la pratica della preghiera contemplativa. Data la sua conoscenza della Chiesa primitiva e degli scritti dei Padri della Chiesa, è impossibile che Newman ignorasse queste idee.
Newman pone al centro della sua predicazione la dottrina che i teologi definiscono, per usare la terminologia di san Giovanni, il dimorare dello Spirito Santo. Questa stessa dottrina è al centro della sua idea di salvezza in una delle sue opere teologiche più importanti, Lezioni sulla Dottrina della giustificazione. Illustra con costanza anche l'insegnamento di Paolo secondo cui dovremmo sforzarci di diventare il tempio dello Spirito Santo. In un altro dei suoi più bei sermoni, La rettitudine non nostra, ma in noi (1840), dichiara che Cristo salva ciascuno individualmente, qui e ora, con la forza trasformatrice della sua presenza in noi. In breve, Newman pone la teologia al servizio della spiritualità.
Nessuno di questi aspetti è però automatico. Richiede un processo costante di auto-trasformazione volta a renderci sempre più attenti a questa presenza di Dio in noi. A questo fine, Newman sottolinea l'importanza della consapevolezza di sé e dell'abnegazione come strumenti di allenamento della volontà. Evidenzia l'importanza dell'amore per la famiglia e per gli amici nonché di quello fra coniugi come strumenti di allenamento nell'amore di Dio, l'importanza del tempo nella crescita spirituale, l'importanza dell'umiltà, di cui è esempio supremo il suo santo patrono Filippo Neri. Riconosce che la grazia non distrugge la natura, ma, trasformandola dall'interno, la porta alla perfezione. Sottolinea l'importantissimo tema della coscienza, non solo come agente morale, ma anche come consapevolezza della presenza misteriosa di Dio in noi, nel profondo della nostra coscienza.
Essere attenti alla "legge della coscienza" è quindi molto diverso dal semplice constatare i propri pensieri e desideri più intimi. Implica nutrire un atteggiamento interiore di attenzione a Dio e di ricettività.
Ascoltare la voce della coscienza implica, dunque, da parte nostra, un'opera per illumini la nostra coscienza. In questo senso, anche la preghiera è un'opera che si intraprende per ottenere determinati risultati. Di fatto, Newman ci invita a considerare la preghiera un dovere, una forma di allenamento spirituale che dobbiamo compiere per acquisire un privilegio, quello della comunione con Dio.
Vorrei illustrare questo avvalendomi di estratti da alcuni sermoni. Un'osservazione preliminare riguarda il posto della preghiera nella vita cristiana. Come sappiamo, la prima Chiesa ha costituito per Newman il modello della Chiesa e della vita cristiana. Non sorprende che egli sottolinei il posto centrale della preghiera in questa Chiesa. Le due attività legate fra loro, ovvero la preghiera e ciò che chiama vigilanza, fanno parte della sua definizione della vita cristiana dei primi secoli. "Ecco la definizione vera e propria del cristiano: una persona che cerca Cristo".
Dalla vigilanza Newman passa poi alla preghiera, alla quale essa è intimamente legata: san Pietro, che una volta mancava di vigilanza, ripete la lezione: "La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera" (1 Pietro, 4, 7). Come Pietro afferma in questo testo, la preghiera è dunque un'altra caratteristica dei cristiani delle Scritture.
Infine, è chiaro che preghiera qui non significa solo implorazione e richiesta di intercessione, ma intima comunione con Cristo presente nei nostri cuori. Per Newman è stata questa l'esperienza dei primi cristiani apostolici: "Non c'erano barriere, nubi né cose terrene a interporsi fra l'anima del primo cristiano il suo Salvatore e Redentore. Cristo era nel suo cuore, e quindi tutto ciò che proveniva dal suo cuore i suoi pensieri, le sue parole e le azioni, sapevano di Cristo. Il Signore era la luce e quindi il cristiano risplendeva".
Una seconda osservazione riguarda il rapporto fra predicazione e preghiera. Il sermone inedito, pronunciato due volte in occasione dell'anniversario della sua nomina presso St. Mary's, dal titolo Sugli oggetti e gli effetti della predicazione, è una riflessione su tale rapporto. È paradossale: Newman, che di lì a poco sarebbe diventato il predicatore più celebrato della sua epoca, considerava la predicazione meno importante della preghiera collettiva. "Se chiedessimo qual è la ragione principale per cui si viene in chiesa, molte persone, penso, risponderebbero senza esitazione "per ascoltare la predicazione della parola di Dio", ma è una risposta errata. (...) Il grande compito, quello difficile, e il più benedetto e gioioso del Vangelo, è costituito dalla preghiera e dalla lode di molte persone insieme. Cristo promette alla preghiera collettiva una benedizione speciale che non ha promesso alla preghiera privata".
Quanto agli elementi specifici dell'insegnamento di Newman sulla preghiera, il primo riguarda la preghiera come dovere. Egli applica alla pratica della preghiera la terminologia della morale o dell'etica. Quindi descrive la preghiera come un dovere che tutti i cristiani devono compiere volontariamente per acquisire ciò che egli chiama un privilegio. Il sermone Tempi di preghiera privata (1829) insiste sulla necessità di autodisciplina spirituale espressa nella pratica di tempi fissi e regolari di preghiera. L'accento qui cade sulla nozione di dovere: Newman insiste sul fatto che è solo con l'esperienza di quel dovere che possiamo sapere quali privilegi ne scaturiscono. "Fino a quando non abbiamo esperienza dei doveri della religione non riusciremo a comprendere doverosamente i privilegi".
V'è poi il tema della preghiera come forma di disciplina spirituale. Nel sermone citato, Newman sostiene che l'abitudine alla preghiera regolare ha un effetto calmante su mente e anima: "Tempi precisi di preghiera sono necessari, in primo luogo come strumento per rendere la mente serena e l'indole generale più religiosa, in secondo luogo come strumento per praticare una fede seria e quindi ricevere in risposta una benedizione più certa di quella che si potrebbe ottenere in qualsiasi altro modo". In particolare, si rivolge a quei cristiani che hanno la convinzione evangelica che l'essenza della religione stia nella sua intensità emotiva, mentre, sostiene, la vera vita cristiana, di cui fa parte la preghiera, richiede autodisciplina. "Colui che smette di pregare con regolarità perde il mezzo principale per ricordarsi che la vita spirituale è obbedienza al Legislatore, non un semplice sentimento o gusto".
Lo stesso tipo di argomentazione è presente nel sermone Culto religioso un rimedio all'eccitazione (1835). Anche l'esperienza della gioia improvvisa per la scoperta del Vangelo, dichiara Newman, è una condizione eccitante, e tutti gli stati di eccitazione hanno tendenze pericolose. Quindi non si può mai stare tranquilli con un nuovo convertito perché nello stato di eccitazione in cui si trova all'inizio, le emozioni hanno molta più influenza della ragione o della coscienza e, a meno che egli non se ne curi, esse possono trascinarlo, come fa il vento, in una direzione sbagliata.
Il predicatore condanna il consiglio che viene dato spesso e che è lungi dall'essere irrilevante oggi, in particolare fra i giovani e in certi circoli "carismatici" e "revivalistici": "indulgi nell'entusiasmo". Al contrario, Newman invita "le persone inquiete" a "concentrarsi sul culto della Chiesa, che armonizzerà la loro mente con la legge di Cristo e la alleggerirà". La persona che "desidera portare nel suo cuore la presenza di Cristo deve solo "lodare Dio" e far sì che le parole del santo salterio di Davide le siano familiari, un servizio quotidiano, sempre ripetute e tuttavia sempre nuove e sempre sacre. Preghi e soprattutto permetta l'intercessione. Non dubiti del fatto che la forza della fede e della preghiera agisce su tutte le cose con Dio".
Ecco dunque la funzione definitiva della preghiera per Newman. È uno strumento che ci permette di avvicinarci a Dio e di accogliere la sua presenza nel nostro cuore oppure, e forse è anche più esatto, serve a Dio per avvicinarsi di più a noi.

(©L'Osservatore Romano 30-31 maggio 2011)

Monday, May 30, 2011

Thursday, May 5, 2011

Il card. Newman e Giovanni Paolo II: il pensiero di due grandi a confronto

Monza - "Dall'ombra e dai simboli alla verità. L'eredità di John Henry Newman negli insegnamenti di Giovanni Paolo II" questo il titolo dell'incontro che si svolgerà venerdì 6 maggio, alle 21, presso la sala parrocchiale San Carlo, via Volturno, 38. La serata è stata organizzata in collaborazione tra il Centro Culturale Talamoni ed il Centro Culturale Benedetto XVI, fondato il 19 febbraio scorso, che esordisce in città con questa iniziativa. Per la prima volta l'iniziativa di due centri culturali monzesi è inserita nella tradizionale "Primavera di Cultura" promossa dal servizio per il coordinamento dei Centri Culturali Cattolici dell'Arcidiocesi di Milano.

Affronterà il pensiero di questi due beati, don Graziano Borgonovo, officiale della Congregazione per la dottrina della fede. Borgonovo nato a Monza nel 1960 , laureatosi in Filosofia alla Cattolica, ha insegnato lettere alla media e storia e filosofia al liceo del Collegio Bianconi e al Liceo Dehon. Nel 91 è consacrato sacerdote da mons. Eugenio Corecco a Lugano, conseguendo il dottorato in teologia nel '95 a Friburgo. Dal 1999 è professore di Teologia morale fondamentale alla Pontificia Università Santa Croce .
Marina Seregni

Monday, April 4, 2011

Cinema: presentato a Madrid 'The Unseen World' di Liana Marabini

Roma, 4 apr. - (Adnkronos) - Presentato a "Encuentro Madrid", prestigiosa manifestazione culturale della capitale spagnola, organizzata ogni anno da Comunione e Liberazione, il film "The Unseen World", di Liana Marabini, nelle sale ad ottobre prossimo. Quest'anno, "Encuentro Madrid" ha avuto come tema principale ''L'intelligenza della fede'' ed ha dibattuto molto il soggetto delle conversioni. Una mostra su John Henry Newman ha ricevuto gia' il primo giorno migliaia di visitatori. Tra le innumerevoli foto e oggetti appartenuti al Beato Newman, alla mostra e' stato proiettato il trailer del film ''The Unseen World'', che descrive la vita e la conversione di John Henry Newman, beatificato qualche mese fa da Benedetto XVI.

''Newman e' ispirante per i laici e soprattutto per i sacerdoti - ha ricordato la Marabini - La sua ricerca della verita' e' la nostra ricerca della verita'. Lui ha la capacita' di trasmettere la fede parlando al cuore: cor ad corloquitur. E' una qualita' sacerdotale per eccellenza. Perche' non dobbiamo dimenticare che Newman e' anzitutto un buon prete. Come tale, mette l’accento sui valori sacerdotali, primo fra tutti la castita'".

La regista ha poi spiegato che ''un film e' un ottimo mezzo di evangelizzazione, tocca moltissime persone ed e' accessibile a tutti: mi piace 'spiegare' la Chiesa nei miei film perche' e' una bellissima realta', che conosciamo poco e superficialmente. Malgrado i suoi peccati, rimane la casa di Dio ed e' di Dio che i nostri contemporanei hanno maggiormente bisogno, tutti i mezzi sono buoni per farlo conoscere ed amare".


Tuesday, March 29, 2011

Giornata di studio alla Gregoriana

Pontificia Università Gregoriana

12ª Giornata di studio della Teologia Fondamentale

Il Beato John Henry Newman: la sua pertinenza per la Teologia Fondamentale
28 marzo 2011


Programma

9.00 Apertura della Giornata
Carmen Aparicio Valls
Direttore del Dipartimento di Teologia Fondamentale

Relazione
Il Beato John Henry Newman: la sua pertinenza per la Teologia Fondamentale
Michael Paul Gallagher, sj

Risposta dalla Teologia Fondamentale -
Discussione iniziale
Edvard Punda
Giulio Osto
Edouard George
Modera: Gerald Whelan, sj

Pausa

11.00 Lavoro di gruppo

12.00 Assemblea e discussione in aula
Comunicazione dei gruppi
Dibattito Generale
Modera: Joseph Xavier, sj

12.45 Conclusione
Salvador Pie-Ninot

Tuesday, March 1, 2011

CARD. BAGNASCO: LA COSCIENZA È “L’ECO DELLA VOCE DI DIO”

"La Chiesa ha molta stima e fiducia nella scuola perché è un luogo privilegiato dell'educazione, tanto più che siamo nell'ambito del decennio sulla sfida educativa scelto dalla Cei": lo ha affermato ieri sera l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, a margine dell'incontro 'La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman' che si è svolto a Genova. Il cardinale ha poi aggiunto: "ci sta a cuore l'educazione integrale, anche attraverso la scuola, e in qualunque sede, statale o non statale, l'importante è che ci sia istruzione e formazione della persona che è scopo della scuola a tutti i livelli". Inoltre "ci sono tantissimi insegnanti e operatori che sappiamo che si dedicano al proprio lavoro con grande generosità, impegno e competenza, sia nella scuola statale che non statale. Quindi il merito va a loro". "Tutti quanti - ha proseguito il cardinale - ci auguriamo che anche la libertà di scelta dei genitori nell'educazione dei figli possa essere concretizzata sempre più e meglio, ma questo riguarda un altro aspetto della scuola non statale". "In generale - ha concluso - sicuramente tutti auspichiamo che la scuola, a tutti i livelli e in tutte le sedi, possa veramente rispondere ai desideri dei genitori per i loro figli".

"La coscienza viene spesso intesa come pura soggettività, ognuno fa quello che vuole, quando vuole, invece la coscienza, dice Newman, è l'eco della voce di Dio che ci indica la via della vita, la via del bene e della verità". Lo ha affermato ieri sera l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, al termine del Convegno 'La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman' al quale sono intervenuti padre Hermann Geissler, direttore del Centro Internazionale Amici di Newman e Lina Callegari, autrice del volume 'John Henry Newman. La ragionevolezza della fede'. "La vera coscienza - ha affermato ancora il cardinale - è dentro di noi ed il Santo Padre, nella Chiesa Cattolica, ha il compito, per mandato di Cristo, proprio di richiamare la coscienza alla voce che è insita in lei, ossia della verità e del bene, soprattutto quando la coscienza è stordita da mille voci opposte". Parlando del cardinale Newman, il porporato lo ha definito "un personaggio di grande attualità, un uomo che ha dialogato, con la modernità in modo particolarmente acuto e si è messo in discussione fino al percorso che egli ha fatto con l'approdo alla Chiesa Cattolica, meditando e riflettendo nella ricerca della verità, nell'approfondimento di alcune categorie particolarmente sentite oggi come ad esempio il tema della coscienza".
In precedenza, il cardinale Bagnasco aveva spiegato che "la voce della coscienza può essere stordita da mille voci, ma queste hanno solo il potere di rendere più difficoltoso ascoltarla, di farci cadere in errore, di fare diventare la coscienza, non il criterio della verità, ma della soggettività dell'individualismo". Il sapere della coscienza, ha aggiunto, "riguarda le cose decisive dell'uomo, della vita e cioè il destino, nostro e il criterio dell'agire la moralità il bene e il male il vero e il falso" e senza questa conoscenza "il nostro vivere rischia di essere disumano e disumanizzante e la nostra vita rischia di essere un percorso di insoddisfazione e di angoscia". Il porporato ha poi spiegato che "ogni uomo cerca la verità" e che san Tommaso diceva che "la verità non si concede a tutti" soprattutto se l'uomo vuole "possederla e farne un oggetto proprio". La verità "morale e spirituale" invece, "si rivela solo all'uomo che "è umilmente disponibile a farsi giudicare dalla verità" perché, "se colui che è in ricerca non è disposto a farsi giudicare dalla verità, non la troverà affatto". Per questo, ha concluso, "dobbiamo essere docili alla verità" anche se questo implica "cambiare la nostra vita, le nostre abitudini, schemi mentali, comodità, interessi. Lasciarsi giudicare ed essere docili alla verità è la condizione fondamentale perché la verità ci venga incontro".
"Oggi la parola coscienza è un termine equivoco e spesso malinteso. Con il suo cammino di vita e la sua solida dottrina il beato John Henry Newman può aiutarci a riscoprire il vero significato della coscienza come eco della voce di Dio, rigettando nel contempo interpretazioni insufficienti ed errate": lo ha affermato padre Hermann Geissler, direttore del Centro Internazionale Amici di Newman, concludendo la relazione che ha svolto ieri pomeriggio a Genova al Convegno 'La formazione della coscienza nel Beato John Henry Newman'. "Newman - ha conlcuso - ha sempre affermato pienamente la dignità della coscienza soggettiva, senza deviare mai dalla verità oggettiva". In precedenza, padre Geissler, aveva spiegato che "Newman mantenne la correlazione tra coscienza e Chiesa" per cui "non si può richiamarsi a lui per contrapporre l'autorità della coscienza a quella del Papa". Lina Callegari, autrice del volume 'John Henry Newman. La ragionevolezza della fede' ha parlato, invece, del rapporto tra fede e ragione in Newman affermando che "la religione rivelata non teme il vaglio della ragione" perché "funzione della ragione è di analizzare, valutare ma non creare". L'autrice ha poi parlato di "egoismo religioso" del cardinale Newman in quanto "in definitiva tutto ciò che ha scritto, tutte le riflessioni le ha fatte per sé stesso". Perché "Newman ha a cuore la propria anima e vuole essere certo di essere nella vera Chiesa".

Da www.agenziasir.it